di Nicola Viceconti e Patrizia Gradito

Andando oltre alle caratteristiche del mezzo stampa, della sua storia secolare e del tentativo meritorio di offrire alla collettività di Ciampino un periodico cartaceo in controtendenza al ritmo imposto dal mondo virtuale, l’elemento sul quale noi vorremmo soffermarci, dopo aver sfogliato il numero “zero” di “Tempi nuovi”, è quello identitario.

Il giornale così inteso rappresenta il punto di incontro di diverse identità che concorrono a delineare quella collettiva. È l’oggetto catalizzatore di narrazioni, l’occasione per conoscersi attraverso un proficuo scambio di opinioni e saperi che si prefigge di andare oltre la mera divulgazione di notizie per rispondere alla necessità di costruire o ri-costruire un senso di appartenenza fondato sul dialogo. “Tempi nuovi” diventa metafora della riunione “intorno al fuoco” dove sono dapprima le storie a popolare lo spazio. Da quell’oralità, poi, il significato è distillato attraverso la scrittura per una condivisione più capillare.

Potremmo definirlo un esempio di attivismo culturale ciampinese, o forse di “artivismo”, riferendoci a un progetto di aggregazione e di collaborazione da parte di cittadini appassionati e sensibili su determinati temi. Come ci mostra Delgado, ogni contributo lascia un’impronta, un seme di riflessione.

In una quotidianità che spinge sempre di più l’individuo all’orizzontalità – aspetto che Marcuse  descrive nell’uomo a una dimensione per evidenziarne la perdita di capacità critica – il tentativo di riprendere uno strumento che attraverso la scrittura sia capace di dragare la profondità della realtà che ci circonda, ci pare un atto di generosità per la nostra città.

“Artivismo” quale ibridazione tra arte e attivismo che, come spiega il drammaturgo Giacomo Verde “dovrebbe produrre una doppia azione: nel campo attivista dare più spazio alla comunicazione creativa e nel campo artistico aumentare il senso di responsabilità politica delle proprie scelte”.

Il neologismo, formato dalla crasi di arte e attivismo per sottolineare l’impegno sociale, risale alla fine degli anni Novanta a Los Angeles in un incontro tra artisti statunitensi e messicani. Uno dei più grandi esponenti di tale corrente è l’artista cinese Ai Wei Wei, secondo il quale il rapporto tra l’arte e la lotta per i diritti umani è un binomio imprescindibile.

Ci piace sottolineare che il bello che possiamo apprezzare di un giornale non è da ricercare solo nei fatti che si possono trarre da esso ma nell’eco che questi riescono a suscitare nelle nostre menti. Proprio come avviene con il magico strumento della poesia, il cui significato per noi è espresso nei seguenti due componimenti.

 

Poesia La Poesia che amo
Non è per i giocolieri della parola.

Non è nelle architetture ardite del salotto

delle signore querule allergiche alle mode.

Non è nelle trasgressioni irriverenti dei nuovi bohèmiens.

Non è nelle trite nostalgie di paesaggi bucolici.

Non è nelle pene d’amore dei moderni sfigati di sempre.

È la filigrana dell’esistenza

che s’intravede per prodigio.

È l’affondo audace nella polpa del sentimento.

È il sacrificio cosciente dell’ineffabile.

È la libertà di mettersi in croce

che in un barlume di pura sospensione

quasi sovrumana

si tocca

o forse

è nell’incanto del ritrovarsi?

È nella stretta di mano tra me e te?

È la lama che transenna il male?

È la domanda che si rinnova perpetua?

E non mi accorgo che

mentre cerco risposte

sorridi di me

miope

che ti scorgo appena.

È donna la poesia che amo

miliziana, curda, contadina

Luchadora, india, femminista

paladina dei diritti e di giustizia.

 

È saggia la poesia che amo

sottile, ruvida, trepidante

tenera, liquida, efficace

rima ironica, fluida e sagace.

 

È donna, la poesia che voglio

come la donna che sogno

vestita di polvere e sudore

foriera di un atto d’amore.

 

È un canto la poesia che amo

anzi, un grido ribelle al cielo

per vendicare il sibilo di dolore

di un popolo stanco e creditore.

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